Articolo di Giorgia Paolucci
Vi è mai capitato di provare una fitta di dolore semplicemente osservando qualcun altro che si è fatto male?
Oppure avete mai pensato a cosa possa accadere nella mente di una persona che ha perso una mano quando vede qualcuno ferirsi proprio lì?
Domande che possono sembrare strane, ma che in realtà aprono la porta a un viaggio affascinante attraverso psicologia, neuroscienze ed esperienza corporea.
Un viaggio che parte dalla nostra pelle: il confine che ci separa dal mondo, ma che allo stesso tempo ci mette in relazione con esso.
La pelle come confine e come identità
La pelle è il nostro primo “confine psicologico”.
È ciò che ci separa dall’esterno, ma anche ciò che ci permette di percepirlo.
Sin dai primissimi istanti di vita, il contatto della madre — il suo calore, la sua presenza — costruisce nel bambino un senso di contenimento e sicurezza (Freud, 1922; Anzieu, 1985).
Anzieu definisce la pelle come un vero involucro psichico: un luogo in cui nascono le prime forme di identità, di confine, di percezione del Sé.
Attraverso la pelle impariamo a distinguere noi stessi dagli altri.
Attraverso la pelle impariamo a sentire.
Neuroni specchio: che cosa sono davvero?
I neuroni specchio, scoperti dagli studi pionieristici di Di Pellegrino e colleghi (1992) e poi approfonditi da Gallese e Rizzolatti (1996), sono cellule che si attivano quando compiamo un’azione ma anche quando osserviamo qualcuno farla.
È come se il cervello “rispecchiasse” ciò che vede:
un meccanismo automatico, immediato, che ci permette di intuire gesti, emozioni e intenzioni dell’altro.
Sono considerati la base neurobiologica dell’empatia.
Ma esiste una loro variante ancora più sorprendente…
Neuroni specchio sensoriali: quando “sentiamo” ciò che vediamo
Alcuni neuroni specchio si attivano non solo nell’azione, ma anche nel tocco (Keysers et al., 2004).
Questi neuroni rispondono quando veniamo toccati, ma anche quando vediamo qualcun altro essere toccato.
In teoria, potrebbero farci sentire ciò che sente l’altro.
Perché non accade?
Perché i nostri recettori cutanei inviano un segnale inibitorio al cervello — un messaggio interno che dice:
“Non sei tu ad essere toccato.”
(Ramachandran, 2011)
Questo ci permette di empatizzare senza confonderci con l’altro.
Quando il confine si assottiglia: iperempatia e pelle anestetizzata
Alcuni studi mostrano che, quando la pelle viene anestetizzata, questo sistema di inibizione si riduce.
In certe persone questo può portare a percepire lievi sensazioni tattili semplicemente osservando qualcun altro essere sfiorato.
Come se, in mancanza del proprio riferimento tattile interno, il cervello si affidasse di più alla vista.
Il confine tra noi e l’altro si fa più sottile, più poroso.
Arto fantasma: sentire ciò che non c’è più
La sindrome dell’arto fantasma è uno dei fenomeni più enigmatici della neurologia: persone amputate continuano a percepire l’arto che non hanno più (Hunter et al., 2003).
Perché?
Perché nel cervello esiste una mappa del corpo (Penfield & Boldrey, 1937).
Quando l’arto viene rimosso, la mappa non scompare: rimane attiva.
E le aree vicine possono “invadere” quella dell’arto mancante.
Ecco perché toccare la guancia di una persona amputata può farle percepire una sensazione nella mano fantasma (Ramachandran, 1993).
La mirror box: quando la vista inganna (e cura) il cervello
Ramachandran, attraverso il celebre esperimento della mirror box, ha dimostrato che la vista può “ingannare” e allo stesso tempo curare il cervello.
Osservando il riflesso del proprio arto sano in uno specchio, il cervello dell’amputato viene indotto a credere che l’arto fantasma si stia muovendo realmente (Ramachandran & Ramachandran, 1996).
Risultato?
Riduzione del dolore e dei crampi dell’arto fantasma.
La vista diventa un ponte tra percezione e sensazione.
Ancora una volta, la pelle e il cervello dialogano in modi misteriosi e profondamente umani.
In conclusione…
La pelle non è solo un organo.
È un confine psicologico.
È un luogo di incontro tra identità, sensazioni e relazioni.
I neuroni specchio ci permettono di percepire l’esperienza dell’altro, ma la pelle ci aiuta a non perdere noi stessi dentro quell’esperienza.
Tra empatia, identità e percezioni fantasma, il nostro corpo racconta una verità potente:
essere umani significa sentire — dentro e fuori di noi.
BIBLIOGRAFIA
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