di Giorgia Paolucci
Nella pratica clinica le storie viaggiano dentro la stanza di terapia — e anche fuori. Ogni persona porta con sé un mondo fatto di parole, emozioni e significati. Ma cosa significa davvero narrare la propria storia?
Lo psicologo Jerome Bruner (1990) ha introdotto il concetto di pensiero narrativo, definendolo come il modo attraverso cui diamo significato agli eventi della nostra vita.
Raccontarsi non è semplicemente dire quello che ci accade: è un modo di pensare, sentire e costruire la realtà. La mente non è un contenitore passivo, ma crea senso attraverso il linguaggio e il racconto. È proprio grazie alla narrazione che ognuno di noi costruisce la propria identità.
Secondo Berger e Luckman (1966) e Watzlawick (1980), non comunichiamo basandoci su una realtà oggettiva, ma co-costruiamo il mondo attraverso i nostri scambi e le nostre relazioni. Niente esiste da solo: ciò che chiamiamo “vero” è ciò che ha senso all’interno del contesto relazionale in cui viviamo.
- Le narrazioni che ereditiamo
Le nostre storie non nascono solo nella nostra testa. Prendono forma nel dialogo con le persone significative: la famiglia, gli amici, la cultura di appartenenza.
Il filosofo costruttivista Von Glasersfeld (1995) sosteneva che la conoscenza è sempre una costruzione condivisa, mai una realtà oggettiva e fissa.
Nell’approccio sistemico-relazionale, si pone molta attenzione al concetto di mito familiare (Ferreira, 1963; Andolfi, 1987): una narrazione implicita, condivisa dalla famiglia, che dà senso ai ruoli, ai valori e ai comportamenti. È come una storia profonda che attraversa le generazioni e guida il modo in cui interpretiamo ciò che accade.
Anche la sintomatologia può essere letta come un messaggio. Autori come Haley (1963; 1976), Satir (1964), Minuchin (1974) e il gruppo milanese (Selvini Palazzoli, Boscolo, Cecchin, Prata, 1975) spiegano che un sintomo può funzionare come comunicazione: mantiene un equilibrio, esprime un conflitto, protegge la famiglia da un cambiamento percepito come minaccioso.
- La storia dominante
Ogni individuo costruisce una propria identità attraverso una storia dominante, un racconto ricorrente e limitante che la persona interiorizza come fosse l’unica verità possibile su di sé e sul mondo.
Come spiegano White & Epston (1990) e Manfrida (2014), questa storia è rafforzata dal contesto sociale e culturale. Proprio per questo tendiamo a notare solo ciò che conferma la nostra visione del mondo e ignorare ciò che la contraddice.
Così, la persona può rimanere imprigionata dentro una narrazione rigida, che genera sofferenza e la fa sentire “bloccata”.
Ma la narrazione può cambiare.
Secondo il modello di White (1990), costruire storie alternative permette alla persona di dare nuovi significati agli eventi e di ricostruire la propria identità in modo più libero e coerente con la propria esperienza reale.
- Raccontarsi per rivedersi
Raccontarsi significa pensarsi di nuovo.
Permette di ricostruire il senso delle esperienze e integrare parti di sé che prima erano confuse, separate o silenziate.
Autori come Bruner (1990; 2002), Guidano (1992) e Ricoeur (1992) sottolineano che il processo narrativo promuove consapevolezza, continuità e crescita personale.
Attraverso il racconto, e grazie alla capacità di pensare i propri pensieri e quelli dell’altro (come descritto da Winnicott, 1971; Stern, 1985; Fonagy, 2002), la persona riesce a rappresentare mentalmente le proprie esperienze, trasformando ciò che era indistinto in qualcosa di pensabile, condivisibile e significativo.
In questo modo, la narrazione diventa un ponte tra ciò che siamo stati e ciò che possiamo diventare.
📚 BIBLIOGRAFIA
Berger, P. L., & Luckmann, T. (1966). The social construction of reality: A treatise in the sociology of knowledge. Doubleday
Minuchin, S. (1974). Families and family therapy. Cambridge, MA: Harvard University Press.
Selvini Palazzoli, M., Boscolo, L., Cecchin, G., & Prata, G. (1975). Paradosso e controparadosso. Milano: Raffaello Cortina.
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Cecchin, G., Lane, G., & Ray, W. A. (1992). Curiosity and irreverence in systemic therapy. New York, NY: Routledge.
Guidano, V. F. (1992). Il sé nel suo divenire: Verso una terapia cognitiva post-razionalista. Milano: Raffaello Cortina.
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Bruner, J. (2002). Making stories: Law, literature, life. New York, NY: Farrar, Straus & Giroux.
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